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29 septiembre i giovani
Chi educa punta a dare basi che offrano una stabilità alla vita stessa. Il motto di don Bosco: “Buoni cristiani e onesti cittadini”, se si approfondisce la pedagogia del santo si potrebbe scoprire che si può cambiare, a ragione, in “Onesti cittadini perché buoni cristiani”. Una affermazione per tutte fa capire con quanta passione il santo dei giovani desiderava comunicare il meglio ai suoi ragazzi: era solito dire che per la salvezza di un suo giovane era disposto a strisciare la lingua da Valdocco a Superga (sono più di undici chilometri)! Non si può comunicare nulla di ciò che conta senza creare prossimità e soprattutto senza creare affetto con i ragazzi. I ragazzi devono, e sottolineo la parola devono, accorgersi che gli si vuole bene. La presenza tra i ragazzi esige di non aver paura di fare il primo passo, di conoscere, di accettare qualche presa in giro dei più bulletti, implica la fatica di imparare i nomi, di fermarsi a giocare, di non aver paura di fare giochi semplici che sanno da bambini. Fare il primo passo significa accogliere un ragazzo quando entra in oratorio, salutarlo all’arrivo. Vuol dire non aver paura di parlare delle cose che a loro piacciono, per saper elevare la discussione a cose più impegnative. Un animatore impara ad essere di ciascuno e di tutti, mentre parla con una persona sa guardare a tutto il cortile, mentre gioca fa giocare i ragazzi ma non perde d’occhio l’intero ambiente, scrutandolo alla ricerca dei più problematici. Stare tra i ragazzi implica accettare di stringere i denti quando si è stanchi, di sederci vicino ai ragazzi che meno attirano la nostra simpatia, perché sono questi quelli che Dio predilige e che ci affida in modo speciale. I ragazzi si conquistano con una bontà ferma, che sa prendere posizione quando serve e lascia spazio al richiamo se è necessario. Chi ama sa sgridare. I ragazzi hanno bisogno di coerenza, di fare, o almeno sforzarsi di fare, per primi quello che si chiede a loro. La coerenza spesso implica il chiedere scusa se si sbaglia, perché l’educatore perfetto è solo Dio, noi sbagliamo e pecchiamo almeno sette volte al giorno è detto nella Sacra Scrittura. I ragazzi hanno bisogno di puntualità e di regole, che non guastano il rapporto, ma lo preservano e danno all’ambiente una chiara impronta educativa. Il regolamento dell’ambiente è scritto nella presenza dell’educatore e nel suo modo di esserci. Non servono troppi cartelli, gli avvisi si comunicano con ferma serenità, senza scomporsi troppo. In questo gioca un ruolo importante la virtù dell’ordine, della pulizia, della cura degli ambienti e delle strutture. Anche attraverso un ambiente pulito e ordinato un ragazzo percepisce accoglienza vera o squallida. Un luogo pulito invita a mantenerlo tale. La presenza educante è comunitaria, non individuale. La collaborazione tra educatori, essere un cuor solo e un’anima sola, condividere ed essere solidali con le scelte dei responsabili sono gli ingredienti per un clima educativo inossidabile. Farsi prossimo dei ragazzi implica di avere gli occhi aperti per cogliere quando uno sta male. Don bosco diceva che “educare è cosa di cuore. questo è vero perché educare è “una impresa da Dio”. Dio educa il suo popolo e continua a educare i suoi figli. Non si può comunicare niente se non si ha il coraggio di farsi prossimo, vicino. La prossimità affettiva oltre che fisica trova il suo alimento più energetico nella preghiera e nei sacramenti. L’animazione e l’educazione inizia dalle ginocchia, dal mettersi con umiltà di fronte a Dio, poiché, se non ve ne siete accorti, sono talmente tante ed esigenti le attenzioni, gli atteggiamenti, i comportamenti che esige la presenza tra i ragazzi, che non si può pensare che ciò sia solo possibile per la buona volontà delle persone. Ci vuole qualcosa di più. Don Angelo |
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